Questi i verdetti del secondo turno di playoff.
EASTERN CONFERENCE.
> Chicago Bulls – Atlanta Hawks 4-2.
Risultato onesto, che la dice lunga sulla solidità dei Bulls e sui limiti degli Hawks. Guai, però, a sopravvalutare i primi o sminuire i meriti dei secondi: Chicago è oggettivamente una squadra dipendente troppo da un solo giocatore (Rose), pur essendo ben allenata e molto dura difensivamente e per quanto i vari “secondi violini” non siano propriamente spazzatura (Boozer, Deng, Noah); Atlanta, del resto, già per il semplice fatto di aver passato il primo turno contro i favoriti – per quanto non irresistibili – Magic, si è guadagnata la sua dose di rispetto.
> Miami Heat – Boston Celtics 4-1.
Alla fine la sensazione è sempre la stessa che aleggia ormai da metà febbraio, ovverosia che i Celtics, con quello scambio che li ha privati di Perkins, non siano stati più gli stessi, col buon Kendrick che, pur non essendo nel modo più assoluto una stella, col suo corpaccione a centro area fungeva un po’ da trait d’union tra i biancoverdi. Per carità, però, attenzione a sottovalutare i meriti degli Heat, che hanno comunque dominato la serie, non in maniera netta come lascerebbe presagire il risultato, però con abbastanza autoritarietà. E adesso le finali sembrano un po’ meno di un sogno.

WESTERN CONFERENCE.
> Oklahoma City Thunder – Memphis Grizzlies 4-3.
La serie più combattuta di questi playoff, sinora. Il talento offensivo dei Thunder fa la differenza nella partite che contano e così i Grizzlies devono alzare bandiera bianca. Non senza, però, essere orgogliosi di una postseason in cui l’essere ritenuti degli underdog è stato clamorosamente smentito già nel primo turno contro i favoritissimi Spurs. Onore, comunque, ad Oklahma City, ci mancherebbe, la cui “meglio gioventù” (Durant, Westbrook, Harden, Ibaka) chissà non riesca a scrivere ulteriori capitoli della propria lieta storia.
> Los Angeles Lakers – Dallas Mavericks 0-4.
La caduta (momentanea?) della dinastia è avvenuta nel modo più inglorioso possibile, uno sweep secco, che non ammette repliche. Eppure i Lakers non sono stati malvagi, almeno nelle gare in casa, dove però, forse, è mancato quel killer instict che in altre occasioni ha fatto la differenza tra la buona squadra e quella vincente; a Dallas, invece, non c’è stata poi partita, con gara-4 davvero imbarazzante per i colori gialloviola. Dove finiscono i demeriti di Kobe & Co. e dove iniziano quelli della squadra del Texas è difficile dirlo, di sicuro per i Mav’s la vittoria della serie rappresenta una bella iniezione di fiducia nella corsa al titolo.